Stati alterati (e contro la sindrome del trombone)

foto di Giampiero Pulcini

Quello che vedete in foto che tracanna allegramente Chambertin - Clos De Beze di Armand Rousseau risulta all'anagrafe con il nome di Giancarlo Marino, uno dei maggiori appassionati e conoscitori della Borgogna (e non solo) che io conosca. 
Quello a sinistra che regge la bottiglia è Fabio Cimmino. 

Oltre ad essere molto divertente in questa foto si colgono tanti aspetti interessanti. 

 1) Innazittutto è una scusa per rilinkare il sito degli alterati, dove ci trovate scritti di Giancarlo e di tante altre persone in gamba, simpatiche e divertenti. 

 2) Che ogni riflessione sul vino o racconto è tanto valida quanto frutto di un'esperienza vissuta. E attraverso gli assaggi, i viaggi, le bevute e il confronto con gli altri che sviluppiamo il nostro senso critico. Costretti quindi a ripetere infinitamente io io io, spesso si corre il rischio di prendersi troppo sul serio. E la leggerezza, la giusta dose d'ironia, goliardia eccetera ed eccetera sono l'unica ancora di salvezza che abbiamo. 

3) La cornice ed i contesti. Non bisogna mai dimenticare, quando siamo intenti a vivisezionare il vino, il contesto in cui il vino lo beviamo e lo condividiamo. 
La parte più bella sono le serate che passiamo con gli amici. Una (vabbè, più di una) buona bottiglia di vino, predispone bene. Tutto qui. 
Quanto alla foto, può rimandare alla mente una delle ultime scene di Sideways, quando Paul Giamatti si spara in un bicchiere di cartone in un fast food uno Cheval Blanc del '61. 
Al di là del vino, come scrivevo è questione di contesti e cornici. Noi avevamo avanti ciò che vedete qui sotto. Napoli. 
Non c'è paragone.

posted by Mauro Erro @ 11:42, , links to this post


Muscadet Sevre et Maine Expression de Gneiss 2009, Domaine de l'Ecu

Ho un'innata passione per i bianchi nervosi, dissetanti, falsi magri che badano più alla sostanza - farsi bere - che a impressionare il degustatore con effetti speciali. Quelli capaci di farsi apprezzare senza risultare invadenti, farsi bere allegramente durante un pic nic o una giornata al mare e, tra questi, ho una mia predilezione per i buoni Muscadet della Loira come questo. Un vino che brulica mineralità declinata con sentori di pietra focaia e che affianca durante l'assaggio, alla spina acido/sapida, un succulento strato glicerico che lo rende particolarmente goloso. Il basso grado alcolico invoglia la beva e la bottiglia finisce in men che non si dica.

posted by Mauro Erro @ 09:15, , links to this post


Segnalazioni vinose: rosati

Se ancora siete iscritti al partito "rosato nè carne nè pesce" vi invito ad una caccia al tesoro per procurarvi due splendidi vini annata 2010 non facilissimi da reperire. Il primo è il Campania Rosato di Monte di Grazia (Tramonti, Costa d'Amalfi da uve tintore e moscio) già segnalato su Enogea 42, con un naso variegato ed una beva salina. Il secondo è lo Chavignol di Pascal Cotat (Loira, pinot nero), essenziale, fragrante e scalpitante all'assaggio. Circa 15 euro per il primo e una decina di euro in più per il secondo.

posted by Mauro Erro @ 08:12, , links to this post


Diffidate dalle imitazioni...

Qualche giorno fa Mauro scriveva qui che la qualità o la bontà di un vino dovrebbe essere giudicata senza tener conto del prezzo, ma che molto spesso e cito integralmente, è proprio il prezzo il primo elemento su cui il consumatore pone la sua attenzione e su cui basa le sue scelte. 

E per l’olio? Anche qui in teoria varrebbe lo stesso discorso. Anche se...

Proprio ieri mi trovavo un volantino pubblicitario tra le mani, uno di quelli che intasano le cassette postali per intenderci. In prima pagina, di ben dieci fitte di offerte, ne campeggiava una strepitosa: un paio di bottiglie di olio (in vetro rigorosamente trasparente e di cui non cito la marca) a soli 2,77€ al litro. 
Se pure volessimo chiudere un occhio o meglio tutti e due e far finta di credere che in quella bottiglia, bianca e luccicante, ci sia dell’olio extravergine e quindi ottenuto solo ed esclusivamente da olive mediante estrazione di tipo meccanico (e se avessimo il terzo occhio dovremmo chiudere anche quello), dopo qualche giorno di esposizione alla luce intensa del supermercato e agli sbalzi di temperatura, quell’olio, all’olfatto, ma anche al gusto, ci parrebbe molto più simile alla fetta di prosciutto dimenticata da dieci giorni in frigo che al frutto dell’olivo.

Il punto però non è stabilire se in quella bottiglia ci sia o no dell’olio extravergine o che dopo un paio di giorni quell’olio così “posizionato” sugli scaffali possa diventar di cartone (cosa che non dubito fosse già prima dell’esposizione forzata ai raggi UVA), ma che è impossibile che un olio extravergine di oliva, ottenuto mediante estrazione di tipo meccanico, con un contenuto di acidità inferiore a 0,8, senza alcun difetto organolettico e che vivaddio sappia di oliva fresca e non cotta o in salamoia, possa costare 2,77€ al litro. 
Questo, signori miei, è impossibile! 

Sul prezzo e sul mercato dell’olio in Italia ragioneremo in futuro, quello che mi preme in questa sede e in questo momento è solo di invitare il consumatore a stare attento perché se tali offerte possono sembrare vantaggiose per la tasca non lo saranno affatto per il proprio organismo.






Questo non significa che l’olio deve costare 20€ al litro per esser buono (come dicevo, su questo argomento ritorneremo), ma che bisogna stare molto attenti. In Italia, escludendo alcune zone della Puglia, non esistono distese pianeggianti e infinite di olivi. L’olivicoltura nella nostra penisola è prettamente collinare e questo non facilita certamente la raccolta.

Un altro elemento fondamentale per ottenere un olio sano è che le olive siano raccolte al momento giusto e possibilmente a mano, dall’albero e non da terra, e questo è già un costo non indifferente per il produttore. Inoltre le olive non dovrebbero sostare molto prima della molitura, altrimenti cominciano a fermentare cosa che potrebbe naturalmente danneggiare il prodotto finito. Le olive quindi devono essere raccolte al momento giusto, possibilmente a mano, conservate per pochissimo tempo e in condizioni ottimali (per intenderci, non buttate in un sacco al sole) e portate subito al frantoio, dove, un buon frantoiano deve essere in condizioni di poter controllare tutti i passaggi necessari alla trasformazione della drupa (oliva) in olio. E anche qui ci sono naturalmente dei costi. Poi c’è l’imbottigliamento, l’etichettatura e la fantastica burocrazia italiana. Tutto questo, a 2,77 € è impossibile!

In ogni caso, bisogna ricordare che l’olio extravergine di oliva deve odorare di “frutta” perché l’olio è prima di tutto un succo estratto da un frutto, l’oliva, e come tale deve apparirvi al naso. Almeno questo, anche per chi è profano, deve essere un parametro imprescindibile. In seguito, con un pizzico di attenzione e di esercizio, potrete godere di mille altre sfumature e capire non solo le differenze tra olio e olio, ma tra cultivar e cultivar, ma se il vostro olio extra vergine di oliva non assomiglia minimamente ad un’oliva appena colta (provate ad incidere un’oliva e vedete di cosa sto parlando), non connota freschezza (di erba appena tagliata, di foglia verde, di pomodoro, di fiori di campo, di erbette ecc. ecc.) ma vi ricorda la suola delle scarpe, il capicollo e il cartone del vostro ultimo trasloco, sappiate che avete preso una gran bella fregatura, anche spendendo solo 2,77€.

Adele Chiagano

posted by Mauro Erro @ 13:18, , links to this post


Mode, tendenze e cultura del vino (e i cambi di casacca)


Prima di parlare di cultura, nel mondo del vino, bisognerebbe immergersi nella cruda realtà. Intendo dire che una cultura del vino dovrebbe essere più diffusa e condivisa per essere tale. E purtroppo non lo è, in un paese come il nostro che si definisce di tradizione. 
Certo non mancano gli operatori volenterosi che di cultura ne hanno e che cercano di diffonderla, ma il popolo di appassionati ed entusiasti del vino rappresenta una nicchia rispetto a quello che identifichiamo, seppure genericamente, come il popolo dei consumatori. 

Ciò nonostante, anche se gli appassionati di vino (intesi come giornalisti, blogger, operatori di settore e bevitori che frequentano siti e forum) difficilmente arrivano al consumatore e la loro influenza su quest’ultimo è difficilmente misurabile, sono in grado di determinare mode, tendenze e di conseguenza, in parte, le dinamiche che ricadranno proprio sul bevitore ignaro. 

Un esempio dell’ultimo periodo è che a furia di ripetere il mantra bevibilità, acidità, mineralità, nell’ambiente si è andato sostituendo il modello Borgogna a quello Bordeaux, tanto in voga una decina e passa di anni fa, come modello ispiratore delle nostre fortune. 
I primi cambiamenti si vedono già nel packaging di molte bottiglie italiane. Sempre più rare le bordolesi spalla alta (per non parlare di quelle dal vetro spesso 8 cm, che facevano insorgere non solo gli ambientalisti più accaniti), sostituite da panciute Borgognotte. 
Il Cirò Riserva Duca San Felice dei Librandi, l'ultima che ho visto di una lunga serie.

p.s. dando ai vocaboli contenitori Borgogna e Bordeaux il significato che superficilamente si è diffuso in questi ultimi anni.

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De degustatio e della (s)oggettività dell’assaggio

 
A proposito di considerazioni sulla degustazione, un mio scritto da Enogea Social. (me) 

Quando muovevo i primi passi da assaggiatore appassionato, ogni volta che acquistavo e bevevo un vino mosso dalla curiosità di una recensione letta su una rivista o su una guida, capitava spesso che, non trovandomi d’accordo con l’estensore della critica, mi rifugiassi nella convinzione che quanto al vino, fosse tutto relativo. Un riflesso psicologico comprensibile, comune a molti, che mi impediva di ammettere a me stesso, anche per ignoranza, che ero io a non aver compreso il vino davanti al mio naso e alla mia bocca. 
Crescendo, trasformando la passione in lavoro e aumentando il numero di assaggi, ma soprattutto avendo avuto la fortuna di lavorare con tanti colleghi più esperti, ho scoperto che le cose non stavano così come le immaginavo. 

Ho scoperto, ad esempio, che la degustazione si divide sostanzialmente in due parti, una che potremmo chiamare sensoriale ed una deduttiva. La prima parte, scevra da qualsiasi tipo di condizionamento, si riferisce alla capacità, grazie ad occhi, naso e bocca di registrare le caratteristiche organolettiche del vino che abbiamo innanzi. E, udite udite, al di là delle soglie di percezione che possono essere leggermente differenti, se mettete allo stesso tavolo cinque, sei degustatori di indiscussa capacità, davanti alla stessa bottiglia, non avrete risultati tanto diversi. Anzi. In fin dei conti si tratta di analisi sensoriale: un vino amaro è un vino amaro, un vino scarsamente acido è un vino scarsamente acido, una volatile presente si sente e avanti così. È solo questione di esperienza e applicazione e mano a mano si acuiranno le capacità degustative. Solitamente funziona così. 

Poi c’è la seconda parte, quella deduttiva, e qui le cose cambiano non poco. Ricondurre le sensazioni percepite alle cause che l’hanno prodotte, analizzare e commentare un vino, darne un’interpretazione e prevederne uno sviluppo futuro, coinvolgono il vissuto del degustatore in senso molto più profondo, la sua cultura (non solo in campo enologico), l’ambiente in cui è cresciuto e la prospettiva critica nella quale egli sceglie di muoversi. 

Per chiarire con un esempio: due critici letterari capaci, all’interno di una frase non avranno alcuna difficoltà a riconoscere e distinguere una figura retorica da un’altra, un chiasmo da un metonimia, il che non vuol dire, però, che di quella frase, quanto ai significati più profondi, daranno la stessa interpretazione. Tutt’altro, è probabile che offriranno visioni completamente diverse cogliendone aspetti neanche contigui tra loro e, entrambe, risulteranno del tutto rispettabili e valide. 

Infine, se questi discorsi possono non interessare un appassionato che legittimamente lascia che sia il proprio gusto e la piacevolezza a guidarlo, dovrebbero essere, invece, ben chiari a chi sceglie di condividere la propria passione con gli altri scrivendo di vino, a qualsiasi titolo e su qualsiasi spazio. Imparare la tecnica della degustazione così come un critico apprende le nozioni di Filologia classica è un segno di rispetto verso se stessi, verso la passione che si coltiva, verso il vino e verso le persone a cui scriviamo. Ed è segno di un’autentica curiosità esploratrice e laica: che si nutre e affama al contempo se stessa. Tenendolo sempre bene a mente, quella stessa curiosità ci darà modo di confrontarci con i colleghi in cui ritroviamo gli stessi presupposti, ma che hanno visioni diametralmente opposte alle nostre che vivremo come arricchimento del nostro bagaglio di esperienze e cultura. Avremo così modo di dare sempre più spazio in noi alla conoscenza e meno al nostro ego. Vivremo più sereni, più gai e invece di guardare a noi con un metro alla mano per misurare le nostre capacità, sottodimensionandole o sovradimensionandole, guarderemo al vino e ci accorgeremo che, come le persone, le situazioni o i libri, non sempre è così facile da etichettare e definire. 
Ed il bello è proprio quello. 

p.s. (ma senza esagerare, la Divina Commedìa e i 700 anni di critica che la seguono sono un’eccezione)

posted by Mauro Erro @ 08:42, , links to this post


The Bree Louise, Londra


Era la festa dei banchieri, oggi è la festa di tutti (o quasi). Bank Holiday continuano a chiamarla e così la metropolitana funziona a singhiozzo, un singhiozzo che non lascia respiro of course, ma sono costretto a scendere ad Holborn, il resto del tragitto lo percorro a piedi. Il cielo è grigio da questi parti: è stato l’Aprile più piovoso dal 1910 e quest’inizio di Maggio sembra non dare tregua. La pioggia cade fina, da fastidio più che creare disagio, anch’essa a singhiozzo, stavolta più grossolano. Si ferma, riprende, poi si ferma ancora e le foglie degli alberi, un po’ sui rami, un po’ per terra, incorniciano un paesaggio che ricorda l’autunno più che la primavera. Metto il cappello, non ho voglia di aprire l’ombrello, e m’incammino lungo il percorso che mi porterà a Euston Road. Si tratta di pochi isolati, quei pochi isolati che i londoners avrebbero fatto sotto-terra, nelle viscere traforate di una città enorme, dove dietro l’angolo capita di incontrare qualcosa che vada la pena essere visto. Le case vittoriano sfilano ordinate, coi loro mattoncini rossastri e le finestre senza imposte, i giardini antistanti agli ingressi e i due, tre piani al massimo a concedere ancora cielo allo sguardo. Arrivo a Euston Road (è lì che ho appuntamento per una mostra: http://www.wellcomecollection.org/) e il paesaggio cambia: alla fine della strada iniziano ad affacciarsi edifici più imponenti, vetro e metallo, dalla fattura evidentemente più recente. Imbocco una traversa, i grattacieli mi tolgono aria, almeno oggi non ne ho voglia. Basta girare l’angolo. 


Il Bree Louise è una public house di onorata carriera. Sei birre servite a pompa, undici a caduta e la cucina è aperta da mezzogiorno alle nove, senza interruzione. Grossa lavagna appesa al muro, tra acquerelli e maglie di rugby, pochi e grandi tavolacci, capita di sederti vicino a qualcuno, a me capita una coppia vivace che preferisce bere cider. Ordino da mangiare e da bere. Windsor&Eton, Knight of the Garter, una pale ale da 3,8%. L’ingresso è morbido, miscela di sensazioni biscottata, miele e una spiccata nota fruttata che vira verso una sensazione amaricante che si sovrappone ad un lieve ritorno tostato. Alla fine la bocca resta asciutta con una nota scura e persistente che gratta delicatamente la lingua ed invita ad un altro sorso di nettare morbido e fruttoso. Finisce così, velocemente. Ma l’ambiente è così, avventori che entrano e che escono, scambiano qualche chiacchiera al bancone o ai tavoli, lasciano fuori i problemi o li portano dentro per affogarli in una pinta, per affrontarli insieme all’oste. Ho avuto la mia dose di luppolo, ma non ci penso ad andarmene via: ho trovato un posto dove passare qualche ora, magari leggendo o chiacchierando, ma alla fine mi decido. Prendo una mild e prendo a scrivere. Branscombe Vale Brewery, Mild da 3,7%, bassa carbonica, nera e impenetrabile con assenza completa di schiuma. La declinazione delle sensazioni tostate è talmente soffice da lasciare senza parole: in un lungo grande sorso mi pare di percepire milioni di cose, come milioni di foto in bianco e nero che scorrono uno dietro l’altra a formare un lungometraggio muto d’altri tempi. C’è il toffee e la china, la radice ed il cioccolato, l’armonia e la persistenza, il buono e il cattivo, sole-luna, la dimostrazione che le frazioni della nostra anima possono convivere in equilibrio. Vengo richiamato all’ordine, gli avventori urlano di gioia e goliardia, siamo pur sempre in un pub, mica al tempio sacro. 
Ok guys, give me another pint!

The Bree Louise
69 Coburg Street Euston, London.
Pub dell’anno 2009/10 CAMRA.
Orari - Lun-Sab: 11-ora tarda
Dom: 12-22.30

Sconti per membri del CAMRA, lavoratori del NHS e studenti.

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